Oscar 2022, vince Coda

Una parola, CODA, acronimo di Children of Deaf Adults, figlio udente di genitori sordi, è diventata improvvisamente familiare alla notte degli Oscar. È il titolo del film che ha fatto la storia, vincendo (era uno dei due favoriti tra i 10 titoli in nomination), la statuetta per il miglior film e anche gli altri due premi per cui era candidato: il migliore attore non protagonista, andato aTroy Kotsu, il primo attore sordo ad aver mai vinto e alla regista Sian Heder per la migliore sceneggiatura non originale. I tre premi e gli altri presi in tanti festival a cominciare dal Sundance che lo ha lanciato un anno fa stanno illuminando una realtà  che riguarda migliaia di persone, con associazioni sparse nel mondo e che un commovente dramma familiare ha portato alla ribalta. Non a caso Troy Kotsu ritirando il premio lo ha dedicato alla sua comunità disabile, ai Coda di tutto il mondo e ha detto: “E’ il nostro momento”. Il film subito dopo il debutto al Sundance 2021 fece impazzire il pubblico, scatenando una guerra di offerte tra Amazon, Netflix e gli altri. Apple Studio se lo aggiudicò per la cifra record di 25 milioni di dollari. E questa notte ha portato a casa la soddisfazione del suo primo Oscar per il miglior film.
Più in generale nella corsa agli Oscar Apple ha battuto Netflix e i servizi in streaming hanno sbaragliato le major: “I Segni del Cuore – Coda” miglior film contro “Il Potere del Cane” prodotto dal colosso di Los Gatos. Ma è stata anche la serata di Jane Campion, la terza donna nella storia degli Oscar a vincere come regista per quel western atipico arrivato alla vigilia dei premi con ben 12 nomination, vincendone 1. È stata la rivincita su Steven Spielberg, candidato per “West Side Story” che le aveva sottratto il premio quando era entrata in cinquina per “The Piano”.
Will Smith ha rubato la scena: un pugno in diretta al comico Chris Rock che aveva ironizzato sulla testa rasata di sua moglie Jada Pinkett (che invece soffre di alopecia da tempo). È intervenuta la censura ma chi sa leggere le labbra ha colto l’insulto, a riprova che non era uno sketch programmato. Il protagonista di “King Richard – Una scelta vincente” si è poi scusato tra le lacrime a pioggia accettando l’Oscar per il miglior attore: “L’arte imita la vita: sembro il padre pazzo, come dicevano di Richard Williams, un feroce difensore della sua famiglia. L’amore ti fa fare pazzie”.
La 94esima edizione degli Oscar ha deluso l’Italia: sono rimasti fuori Paolo Sorrentino che correva per il miglior film internazionale con “È Stata la Mano di Dio” e ha perso contro il giapponese “Drive My Car” di Ryusuke Hamaguchi. Non ce l’hanno fatta neanche Enrico Casarosa per il cartone animato “Luca” (impossibile battere “Encanto”) e Massimo Cantini Parrini dei costumi di “Cyrano”, battuto da Jenny Beavan di “Crudelia”.
Tanti temi sono venuti alla ribalta: la disabilità in primo luogo, e poi i diritti Lgbtq evocati da Jessica Chastain vincitrice (con standing ovation di tutto il teatro) come migliore attrice per “Gli Occhi di Tammy Faye” nel ruolo di una telepredicatrice popolarissima negli anni Ottanta che, in controtendenza con l’ortodossia dela destra religiosa negli anni dell’Aids, si era presa a cuore la causa dei gay. Tema anticipato già da un altro Oscar storico: quello a Ariana deBose migliore attrice non protagonista per la parte di Anita in “West Side Story”, non solo la seconda latina dopo Rita Moreno per lo stesso ruolo nel 1962, ma anche la prima persona apertamente Lgbtq a vincere un premio per la recitazione.
Gli Oscar si sono fermati per un minuto per l’Ucraina. Un tributo silenzioso accompagnato dal messaggio #WeStandWithUraine. Alla kermesse al Dolby Theatre di Los Angeles diverse star portano il loro omaggio al paese assalito dalla Russia con pochette, spille e anelli giallo e blu, i colori della bandiera ucraina. Chi come Sean Penn si aspettava un’apparizione di Volodymyr Zelensky o maggiore spazio alla guerra in corso è però rimasto deluso. La parola Ucraina non è stata mai o quasi pronunciata. Uno dei pochi a rompere il ‘tabù’ è stato Francis Ford Coppola che, sul palco per celebrare i 50 anni di Il Padrino, si è lasciato andare in un “Viva l’Ucraina”, incassando un applauso. Un silenzio quello di Hollywood che non passa inosservato sui social, dove le critiche piovono sulla Academy Award per non aver dato spazio al tema. Per giorni le indiscrezioni su una possibile partecipazione del presidente ucraino si sono rincorse. Il New York Post ha parlato di trattative fra Zelensky e l’Academy Award, dubbiosa su una comparsa via video per il timore di una politicizzazione della cerimonia. Secondo il New York Times, lo staff del presidente ucraino avrebbe fatto pressione su Hollywood per un’apparizione alla 94ma edizione degli Oscar in modo da poter parlare a milioni di americani direttamente e raggiungere un pubblico trasversale. Ma nelle tre ore di show di Zelensky neanche l’ombra. Con il contagocce anche i riferimenti all’invasione della Russia. A parlare indirettamente di quanto sta avvenendo è stata Mila Kunis, l’attrice nata in Ucraina. Salita sul palco degli Oscar per introdurre Reba McIntyre, Kunis ha fatto riferimento ai “recenti eventi globali” che “stanno frustrando molti di noi. Ma quando si assiste alla forza e alla dignità di coloro che affrontano tale devastazione, è impossibile non essere scossi dalla loro resilienza. Non si può non essere toccati e in soggezione davanti a coloro che trovano forza nel continuare a combattere attraverso questa oscurità inimmaginabile”. Kunis, che con il marito Ashton Kutcher ha raccolto 35 milioni per l’Ucraina, non ha comunque pronunciato il nome del suo paese.   Terminata la performance di McIntyre sullo schermo a sfondo nero è comparso un messaggio. “Chiediamo un momento di silenzio per mostrare il nostro sostegno alla gente dell’Ucraina alla prese con un’invasione e un conflitto. Anche se il film è una strada importante per esprimere la nostra umanità in tempi di conflitto, la realtà è che milioni di famiglie in Ucraina hanno bisogno di cibo, cure mediche, acqua e servizi di emergenza. le risorse sono scarse e noi come comunità globale possiamo fare di più. Vi chiediamo di sostenere l’Ucraina in ogni forma. #Standwithukraine”.  Un messaggio semplice di pochi secondi che non soddisfa e solleva molte polemiche sulla rete, dove in molti criticano la scelta dell’Academy Award di relegare solo pochi secondi, meno di 60, alla guerra.
“Belfast” ispirato all’infanzia di Kenneth Branagh durante i ‘Troubles’ nell’Irlanda del Nord era partito in pole position: si è accontentato del premio per la miglior sceneggiatura originale in una corsa competitiva. Dune ha sbaragliato sul fronte tecnico: di 10 nomination, sei sono diventate statuette, tra cui la colonna sonora di Hans Zimmer. Billie Eilish e il fratello Finneas hanno vinto con No Time to Die il premio per la migliore canzone. E per i documentari la Summer of Soul del festival di Harlem 1969 riportata alla luce da Questlove.
La Hollywood giovane, da Timothee Chalamet a Kirsten Stewart, ha dominato il red carpet mentre la vecchia guardia ha reso omaggio ai 50 anni del “Padrino” con Francis Ford Coppola, Al Pacino e Robert De Niro sul palco. In chiusura un altro momento di commozione: una fragilissima Liza Minelli in sedia a rotelle ha presentato con Lady Gaga i dieci film in corsa per l’ultima statuetta. 50 anni fa la figlia di Judy Garland e Vincent Minnelli girava “Cabaret”, il film che l’anno dopo le fece vincere l’Oscar. E nell’In Memoriam ha trovato posto per un ricordo Lina Wertmuller (oltre a tanti altri da William Hurt alla direttrice della fotografia ucraina Halina Hutchins uccisa per errore da Alec Baldwin sul set di Rust).
HUFFPOST

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.