AL MUDEC DENIS CURTI RACCONTA LA SVOLTA RELIGIOSA DI DAVID LACHAPELLE

Milano – Dal suo eden di Maui, lussureggiante isola dell’arcipelago delle Hawaii, David LaChapelle lancia al mondo il suo nuovo messaggio di fede che ha tutte le caratteristiche di una svolta religiosa, accompagnata dalla fiducia in una nuova umanità.

Star del cinema, madonne, natività irriverenti, oggetti fuori misura dalla forte saturazione e la provocazione profonda lasciano il posto a storie di amore e di amicizia, a ricostruzioni meno eclatanti, a colori più tenui, atmosfere più realistiche, dove i soggetti, sempre vestiti con abiti di scena, interpretano il loro ruolo in mezzo a una natura più accogliente e rasserenante.

“Ogni mattina David va a nuotare dove si trova una cascata dipinta da Georgia O’Keeffe. È molto attento alle ambientazioni dei quadri della pittrice. Recentemente ha trovato un libro che riporta alcuni luoghi che sono gli stessi che lui frequenta. È andato alla ricerca di tutti i fiori che la pittrice aveva dipinto, li ha fotografati guardandoli con gli occhi di oggi, attraverso una visione sempre spettacolare, ma più serena”.
Denis Curti parla di uno dei più influenti, discussi e irriverenti image maker del nostro tempo come di un amico stimato, un artista a tutto campo, aperto al dialogo, nonostante le diverse vedute sulla religione del direttore artistico della Casa dei TRE OCI di Venezia, fondatore della galleria di fotografia STILL e l’artista statunitense.

Sarà proprio Curti a curare, assieme a Reiner Opoku, l’attesa mostra David LaChapelle. I Believe in Miracles, al MUDEC – Museo delle Culture di Milano dal 22 aprile all’11 settembre, dove una serie inedita di opere sarà il filo conduttore della nuova e visionaria fase di produzione dell’artista – l’ultima opera è datata 2022 – risultato della potente eredità della sua lunga esperienza artistica e umana.


David LaChapelle, After the Deluge: Statue, 2007, Los Angeles © David LaChapelle

Oltre 90 lavori – tra grandi formati, scatti site-specific, nuove produzioni e una video installazione – tesseranno un racconto fluido e ricchissimo di suggestioni, attraverso cui LaChapelle ci invita a creare nuove relazioni con le persone, il consumo, la natura, la spiritualità, suggerendoci che un altro mondo è possibile. Basta credere nei miracoli.

“Non sono per nulla religioso – confessa Denis Curti che raggiungiamo al telefono mentre è impegnato ad allestire la nuova mostra su Ferdinando Scianna che ha appena aperto i battenti a Palazzo Reale -. Ma mi ha molto interessato confrontarmi con LaChapelle perché per lui credere in un miracolo equivale alla possibilità di credere negli uomini, nelle donne e nel genere umano, di credere al tema dell’accoglienza, dell’inclusione, del rispetto della natura. Secondo David se credi in un miracolo hai una marcia in più. Miracolo è anche il pensare che la pace sia possibile”.

Il progetto prodotto da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE e promosso dal Comune di Milano-Cultura è il risultato di un percorso di ricerca artistica che dura da una vita e che racconta un David LaChapelle inedito e inaspettato. Cosa vedremo in mostra?
“La mostra è organizzata attraverso isole tematiche e segue un percorso non esattamente cronologico, concentrandosi soprattutto sulle sue ultime riflessioni. Almeno il 40 per cento delle opere in mostra è inedito. Ci sarà tutta una parte dedicata ai passaggi del vangelo. È come se David avesse deciso di cambiare il suo stile. Il percorso è un continuo entrare e uscire da storie. Si parte dall’idea di un nuovo mondo che cerca una natura incontaminata e lussureggiante dove possono convivere spiritualità, amore e bellezza e dove uomini e donne possono vivere finalmente liberati dall’alienazione e in connubio con il contesto naturale”.


David LaChapelle, Gas: Shell, 2012, Hawaii © David LaChapelle

La mostra non è allestita negli spazi di Mudec Photo, come ci aspetteremmo visto che parliamo di fotografia, bensì negli spazi museali. Che valore dà questa scelta al percorso?
“Per me ha un significato importante perché vuol dire che si riconosce da un punto di vista museale che David LaChapelle non è solo un fotografo, ma gode di tutta l’autorevolezza per stare in un museo dove di solito trova posto l’arte contemporanea”.

Come sarà articolato questo viaggio personale, intriso di memoria e sentimenti?
“Ci sarà un inizio abbastanza scoppiettante. D’altra parte David è diventato famoso in quanto fotografo delle star, da Madonna a Michael Jackson. Le immortalava per le riviste, i dischi, gli spettacoli, i film. Ha deciso di esporre questi ritratti appendendoli alla maniera dei manifesti degli spettacoli, delle mostre, degli eventi che vedeva in giro quando viveva a New York. LaChapelle è cresciuto nella Factory di Andy Warhol, ha fotografato David Hockney e tutte le esperienze nel mondo dell’arte, dove per “arte” intendiamo il cinema, la pittura, la fotografia, la danza. Quindi da una parte più biografica relativa agli inizi, quando lavorava con i negativi in bianco e nero, che colorava a mano, si passa ai lavori che denunciano la fragilità dell’uomo, insieme a un repertorio che guarda alla pop culture e lo star system del cinema, della musica, dell’arte”.

Non manca il discorso sulla vulnerabilità dell’ambiente. Nella serie Landscape LaChapelle esamina la produzione globale di petrolio e le sue infrastrutture cogliendone l’aspetto tutt’altro che sostenibile…
“Dopo la vicenda legata ai grandi personaggi la mostra ripercorre tutta una storia dedicata all’ambiente. Nella serie Landscape (2013) LaChapelle invita all’uso critico e consapevole delle risorse fossili, rigetta l’antropocentrismo, ricordandoci che la sopravvivenza umana non può prescindere da quella della natura. Ha chiamato nel suo studio di Los Angeles il miniaturista del Titanic che per due mesi ha lavorato a ricostruire modellini di centrali elettriche che sembrano incredibilmente vere. Tutto è stato realizzato con i prodotti del petrolio. Ha caricato su un furgone questi modellini fatti di cartone li ha portati al Joshua Tree Park fotografandoli con la luce pennellata. LaChapelle si batte contro il consumo della terra. In Gas: Shell ritrae un distributore di benzina, completamente ricostruito, immerso nella lussureggiante natura delle Hawaii. Poi realizza un’altra opera, anche questa in mostra, sugli incidenti aerei, dove semplicemente prende un grande acquario con acqua cristallina, vi scioglie anelline colorate e butta dentro modellini di aereo per simulare un incidente, a denunciare l’incredibile traffico aereo nei cieli. Un altro pezzo bellissimo in mostra è Spree, una riflessione sui viaggi, dove un modellino di 35 centimetri raffigura una nave da crociera che sta per affondare, incagliata in un mare di ghiaccio. Tutte queste idee sono declinate con fotografie spettacolari. Lo spettatore sa che si tratta di una messa in scena”.


David LaChapelle, Landscape: King’s Dominion, 2013, Los Angeles © David LaChapelle

In cosa consiste, dal punto di vista stilistico, la “svolta religiosa” di LaChapelle?
“Certo, anche questi ultimi lavori sono immagini costruite – questa è la sua cifra stilistica – ma sono ispirati a storie di amicizia e amore, sono ricostruzioni meno eclatanti, con colori più tenui, atmosfere più realistiche, dove i soggetti, vestiti con abiti di scena, interpretano quel ruolo in mezzo a una natura che sembra essere molto accogliente. In mostra troviamo molte immagini che fanno riferimento a questo suo momento di avvicinamento alla fede, alla religione, alla spiritualità. LaChapelle ha trovato all’interno del luogo in cui abita, l’isola di Maui, nelle Hawaii, una sorta di paradiso terrestre all’interno del quale ha realizzato moltissime fotografie, con un’attenzione particolare ad alcuni quadri di Georgia O’Keeffe. Recentemente ha trovato un libro che riporta alcuni luoghi che sono gli stessi che David frequenta. Tutte queste sue figure legate alla fede hanno un approccio sempre meno edulcorato. LaChapelle è diventato famoso per i colori forti, per la saturazione, la provocazione, la presenza di oggetti fuori scala e fuori misura. Qui è tornato a una visione sempre spettacolare, ma molto serena”.

LaChapelle intraprende questo viaggio verso una dimensione più profonda e spirituale già a partire dagli anni Ottanta. Adesso questa svolta risulta più evidente. Qual è la linea di demarcazione che ha dato vita a questo cambio di rotta?
“Nel 2006 LaChapelle compie un viaggio a Roma, vede la Cappella Sistina per la prima volta e ne rimane estasiato. Il 2006 è anche l’anno della monumentale serie intitolata The Deluge, che segna un punto di svolta profonda nel suo lavoro. Con opere come The Deluge e After the Deluge – ispirate a entrambe al Diluvio Universale della Cappella Sistina – inizia un percorso molto profondo di avvicinamento alla fede. Anche se l’elemento spirituale gli appartiene da sempre, da questo momento esplode in maniera totale. A Maui, dove adesso vive, ha una sua cappella, una chiesa. A un certo punto ha deciso di rallentare molto il suo lavoro professionale”.


David LaChapelle, Revelations, 2020, Los Angeles © David LaChapelle

In che senso quella di Lachapelle è una fotografia “gestuale”? Si tratta di un modo di operare molto diverso da quello di Ferdinando Scianna, la cui mostra a Palazzo Reale è sempre curata da lei.
“È una fotografia gestuale perché al fianco del suo sguardo c’è sempre un gesto preciso, un’azione precisa. Scianna è un reporter, un fotografo di sguardo che considera il caso un elemento della sua creatività. Alla domanda che un giornalista gli fece, sull’importanza del caso nel suo lavoro, Scianna rispose che suo nonno faceva il falegname. La sua materia prima era il legno. Per Scianna la materia prima è il caso. Il fotografo non sa cosa succederà, come sarà la cosa che dovrà fotografare, e se l’oggetto da fotografare avrà una buona luce o un buon fondo, ma si affida al caso. Per LaChapelle questo elemento non esiste, perché lui non ha mai fatto una foto affidandosi al caso, ma ha ricostruito esattamente quello che voleva fotografare. In questo senso per LaChapelle la fotografia è un’azione gestuale, perché intrisa di questo suo gesto continuo che mette in scena. Nel suo studio di Los Angeles, di oltre duemila metri quadri, che ho avuto il piacere di visitare, costruisce l’ambientazione delle sue foto. Quando realizza Deluge, una foto gigantesca in mostra, lunga sette metri, allaga davvero parte dello studio, mettendo dentro un’automobile, un’insegna di Burger King, la ricostruzione del Caesars Palace di Las Vegas, cavi elettrici e 32 comparse nude fotografate tutte nello stesso momento. LaChapelle è l’autore che, più di chiunque altro, ci conferma che la fotografia è un’arte scenica, dove quello che conta è il pensiero”.


David LaChapelle, Heliconia No. 1, 2020, Hawaii © David LaChapelle

Lei conosce LaChapelle. Che tipo è?
“Lo conosco, l’ho visto più volte, sono andato a trovarlo negli Stati Uniti. È un artista a tutto campo, scenografo, regista. Di lui apprezzo molto l’ultima parte di questa produzione, di questa svolta di fede. La cosa che mi affascina di più è che, pur essendo molto coinvolto sul piano della fede e della religione, rimanga comunque una persona accogliente nei confronti di chi non la pensa come lui. In parole povere, non è uno che ti vuole convertire! Ha sofferto molto e lo dice con un garbo e con incredibile dolcezza. Tutti i suoi amici sono morti di AIDS, lui si considera un sopravvissuto. Poi apprezzo la sua coerenza. Tutta la sua casa a Maui è realizzata con un’impostazione realmente ecologica. Mi piace molto perché è completamente diverso da me. Io sono il diavolo, lui l’acqua santa”.

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