THE ANDY WARHOL DIARIES. SU NETFLIX IL GENIO DELLA POP ART COME

“Mercoledì 24 novembre, 1976. Sveglia alle 7 a Vancouver. Sono andato in aeroporto in taxi… 15 dollari più cinque di mancia”.
È la prima annotazione del diario numero uno di Andy Warhol, concepito inizialmente come un taccuino per registrare le spese e divenuto nel tempo lo scrigno autentico di un’anima complessa e profondissima, nonostante lui si considerasse per certi versi “a freak”, un mostro.
Chi è l’artista più noto e controverso in America “al giorno d’oggi”? Ha inizio con questa domanda l’intenso e appassionante viaggio nell’anima di Andy Warhol che, a partire dal 9 marzo, la piattaforma di streaming Netflix dedica a uno dei più grandi geni dell’arte.

Un ritratto ampio e affascinante, scandito in sei episodi magnetici – Segnali di fumoShadows: Andy e JedUna doppia vita: Andy e JonLa collaborazione: Andy e Basquiat15 minutiLoving the Alien – mette a nudo il genio, l’artista, il personaggio timido, silenzioso, impacciato intensamente schivo circa la sua vita privata, nonostante la sua iconicità monumentale. Strappando la maschera al re della pop art ossessionato dalla fama, la serie invita il pubblico a unirsi alle giornate dell’artista, a condividere con lui pensieri, tabù, mostre, menzogne, serate folli tra l’Anvil e il leggendario Studio 54, le amicizie con i personaggi più influenti e alla moda dello star system newyorkese, per perdersi con lui nell’universo fuori dagli schemi che ruota intorno alla sua arte.


The Andy Warhol Diaries, dal 9 marzo su Netflix | Courtesy Netflix

Parrucca e trucco per coprire il volto brufoloso e il “naso a bulbo” e presentarsi al mondo più come un evento che come un uomo in carne e ossa, Andy sbuca dalle pagine del diario tenuto con sé per oltre un decennio e pubblicato postumo nel 1989. A dettare i suoi pensieri al telefono all’amica, segretaria e assistente Pat Hackett fu lo stesso Warhol, chiedendole, nell’autunno del ’76, di registrare quotidianamente quello che gli succedeva per poi farle trascrivere il resoconto dettagliato delle sue giornate, ma anche delle sue folli notti newyorkesi (I diari di Andy Warhol – 1989). Questi potenti Diari approdano adesso su Netflix grazie alla serie The Andy Warhol Diaries prodotta da Ryan Murphy e diretta dal regista Andrew Rossi.

Un primo punto di forza della produzione è la stessa voce dell’artista – ricreata grazie a un programma di intelligenza artificiale su autorizzazione della Andy Warhol Foundation – che fa incursione negli episodi, a più riprese, per raccontare l’uomo e il genio Warhol. Essendo Andy notoriamente diffidente riguardo ai suoi pensieri e alle opinioni personali, i suoi Diari diventano così una rara e affascinante finestra sul suo universo, concedendoci un generoso affaccio anche sul Warhol più crudo ed emotivo che trapela dalle confessioni telefoniche alla sua diarista, per renderci partecipi di quella vulnerabilità radicale nascosta dietro la maschera.

The Andy Warhol Diaries conferma sapientemente ciò in cui credeva Warhol, e cioè che l’idea non è vivere per sempre, ma creare arte che vivrà per sempre.

Lungi dall’essere una fredda carrellata di annotazioni, cronache, argomenti, i Diari diventano il personale punto di vista dell’artista “asessuale”, come lui stesso si definiva, sugli argomenti più disparati, un viaggio variegato attraverso la capacità di Warhol di muoversi fluidamente tra epoche e mezzi espressivi diversi in quanto artista – ora riverito, ora insultato o emarginato – e al tempo stesso regista, editore, produttore televisivo, scenografo, celebrità e molto altro.
Immagini di repertorio, interviste ad amici, collaboratori e ammiratori, dal fratello John Warhola a Larry Gagosian, dall’amica Shelly Fremont al fratello di Jad Johnson – l’architetto d’interni e regista, inizialmente assunto da Andy per spazzare i piani alla Warhol’s Factory, e divenuto per dodici anni suo amante – si alternano al racconto in prima persona dell’artista in un viaggio che emoziona.


The Andy Warhol Diaries, dal 9 marzo su Netflix | Courtesy Netflix

La serie va alle radici del “fenomeno Warhol”, che ha inizio nella conservatrice Pittsburgh, un tempo rude, cupa, omofoba, dove Andy nasce e trascorre l’infanzia, e che diventa fondamentale per comprendere lo sviluppo della vicenda personale a artistica del genio pop. L’infanzia trascorre tra un piatto di zuppa Campbell’s (la sua preferita da bambino) e i vespri del sabato, nella chiesa di San Giovanni Crisostomo, dove Andy accompagna la madre, e dove le icone sacre, dai volti misteriosi e i colori fortissimi, producono nel futuro artista un impatto determinante che sfocerà, molti anni più tardi, in ben altri iconici ritratti, da Marilyn a Liz Taylor.

Andy l’escluso, l’emarginato, l’outsider, il bullizzato da quegli stessi compagni che invitava a casa per ritrarli, vede molta bellezza intorno e poca in se stesso, sogna di essere qualcun altro, di diventare una macchina, prima di partire per New York a vent’anni e con 50 dollari in tasca.
Quello che accade dopo è leggenda. E la serie di Netflix la racconta con garbo onesto, ripercorrendo passo passo l’avvento di Warhol, le sue idee sul sesso, sul matrimonio, sull’amore (“La gente dovrebbe innamorarsi con gli occhi chiusi”), spaziando dall’industria dell’arte alla società, dal metodo Warhol nel realizzare i ritratti (solo dopo almeno 40 fotografie riusciva a catturare lo sguardo che cercava) ai fallimenti, ai film scandalosi che ritraggono la cultura gay newyorkese, tra modelle e ossessioni del “ritrattista della società in movimento” (come lo stesso si definiva).


Andy Warhol, Marilyn

Dall’infanzia ai fasti della Factory, dall’attentato per mano dell’attrice e femminista radicale Valerie Solanas, il 3 giugno 1968 – che segnò Warhol emotivamente e artisticamente – al rapporto con Basquiat, che segna il ritorno alla pittura manuale, fino all’acme della sua carriera visionaria, la serie regala un viaggio nella solitudine di un gigante vulnerabile. Lo spettatore, sempre più affezionato, scopre un Andy Warhol molto diverso dall’immagine del maestro sempre celata dietro i ritratti, le serigrafie colorate, le bottiglie di Coca-Cola, le scatole di detersivo Brillo, le immagini d’impatto, dagli incidenti stradali alle sedie elettriche, cogliendone la solitudine e gli aspetti più oscuri, come il senso di isolamento o l’uso di droghe.

Così apprezziamo ancora di più la sua arte, e la sua provocazione, nemmeno troppo velata, che porta gli scaffali di un supermercato all’interno di un museo o di una mostra, considerando l’arte stessa un qualcosa da consumare, come fosse un qualsiasi prodotto commerciale.
Anche la musica gioca nella serie la sua parte, con Nature Boy di Nat King Cole a cucire insieme gli episodi e a proiettarci dagli esordi di un ragazzo timido e impacciato verso la leggenda del re del pop.

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