IL RITORNO A ROMA DI GUIDO RENI, MAESTRO DI PERFEZIONE

Roma – Sguardi che si cercano tra la pittura e il marmo. Muscoli che vibrano all’unisono, come quelli di Proserpina e Plutone, eternati da Bernini nel celebre Ratto, che ritrovano la posa dinamica di Atalanta e Ippomene, le carni imbevute di una luce astratta, lunare, scolpite sulla tela pochi anni prima da Guido Reni. O meglio da Guido, visto che per secoli bastò il solo nome di battesimo per presentarlo al mondo, tale era la fama del “divino”, secondo forse solo a Raffaello.
Nella sala del Sileno della Galleria Borghese, Lot e le figlie tra il San Girolamo di Caravaggio e la Madonna dei Palafrenieri, rinnova il dialogo tra il pittore bolognese e l’eterno rivale. In quella del David, David con la testa di Golia di Reni e aiuti, giunta a Roma dagli Uffizi, assiste impotente all’istante, immortalato sul marmo da Bernini, che precede il lancio della pietra che colpirà il gigante.


Allestimento della mostra Guido Reni a Roma. Il Sacro e la Natura, a cura di Francesca Cappelletti | Courtesy Galleria Borghese

A trent’anni di distanza dall’ultima grande esposizione italiana, Guido Reni ritorna a Roma, e ritrova i suoi contemporanei in una mostra sublime accolta da oggi, 1° marzo, fino al prossimo 22 maggio, alla Galleria Borghese. Oltre 30 opere provano a ricostruire i primi anni del soggiorno romano dell’artista, il suo studio appassionato dell’antico, delle monete, della glittica, del realismo caravaggesco, lo stordimento rispetto alla pittura del Merisi da lui conosciuto e frequentato, e i rapporti con i committenti, la ricerca del bello ideale, ricavato dal classicismo raffaellesco nella mediazione dei Carracci.

Punto di partenza del percorso dal titolo Guido Reni a Roma. Il Sacro e la Natura è l’interesse di Reni per la pittura di paesaggio in rapporto ad altri pittori attivi a Roma nel primo Seicento, e quindi il dipinto Danza campestre (1605 circa) da un anno tornato a fare parte della collezione del museo. Tassello fondamentale per ricostruire i primi anni del soggiorno romano dell’artista, la tela, appartenente alla collezione del cardinale Scipione Borghese, citata negli antichi inventari dall’inizio del Seicento, venduta nell’Ottocento, dispersa, poi ricomparsa nel 2008 sul mercato antiquario londinese come anonimo bolognese, è stato riacquistata dalla Galleria nel 2020.


Guido Reni, Dettaglio, donna con bambino sul ponticello, Danza campestre, 1601-1602 c. , Olio su tela , 99 x 81 cm

Nella città eterna il ventiseienne Reni era arrivato non giovane, un po’ per curiosità, un po’ alla ricerca di nuove emozioni, sull’onda di una carriera brillante in patria. A Roma, arena di confronto e di sfide per gli artisti, Reni giunge agli albori del Seicento, invitato probabilmente dal cardinale Paolo Emilio Sfondrato, conosciuto a Bologna nel 1598, e preceduto in città dalla copia della Santa Cecilia di Raffaello richiestagli dallo stesso cardinale.

“Era un pittore che già sapeva troppo – commenta Francesca Cappelletti, direttrice della Galleria Borghese e curatrice della mostra – come pare avesse a dire di lui Annibale Carracci, e che a Roma resta un isolato di grande successo. Cosa gli abbia dato questa città e cosa vi abbia lasciato è la storia che vogliamo raccontare e di cui la mostra è solo il punto di partenza. Al catalogo si affiancherà un itinerario sui luoghi romani di Guido, perché il visitatore possa scoprire chiese e musei che conservano altre opere del nostro pittore e collegare la Galleria alla città, osservare gli affreschi, andare oltre gli anni del soggiorno romano, capire la fortuna critica dell’artista e le radici della leggendaria perfezione che gli viene attribuita”.


Allestimento della mostra Guido Reni a Roma. Il Sacro e la Natura, a cura di Francesca Cappelletti | Courtesy Galleria Borghese

Nel grande salone d’ingresso della Galleria quattro monumentali pale d’altare generano in chiunque si avvicini una sorta di Sindrome di Stendhal. Solenni e potenti, le scene ritratte – La Crocifissione di San Pietro dai Musei Vaticani (che segna un momento di confronto serrato con Caravaggio e di ardente sperimentazione giovanile), la Trinità con la Madonna di Loreto e il committente cardinale Antonio Maria Gallo, da Osimo, il Martirio di Santa Caterina d’Alessandria dal Museo diocesano di Albenga e quello di Santa Cecilia dall’omonima chiesa in Trastevere – mettono in luce la capacità dell’artista, senza tralasciare il rapporto con i suoi committenti Paolo Emilio Sfondrato, Antonio Maria Gallo, il banchiere genovese Ottavio Costa, il cardinale Pietro Aldobrandini.
Nelle sale attigue esplode la forte attrazione per la scultura, che guida il pennello di Guido negli anni romani. La posizione dei corpi nello spazio, il dinamismo che guida la concretezza tridimensionale dei gesti, le espressioni dei volti che fissano per sempre una specifica emozione agganciano il pubblico a capolavori immensi come la Strage degli innocenti (1611) e San Paolo rimprovera San Pietro penitente (1609), bellissimo a dialogo con la languida Paolina Borghese di Canova, o a opere come Atalanta e Ippomene (1615-18) che esce con dignitosa possanza dalla singolar tenzone con il Ratto di Proserpina di Gian Lorenzo Bernini nella Sala degli Imperatori.


Allestimento della mostra Guido Reni a Roma. Il Sacro e la Natura, a cura di Francesca Cappelletti | Courtesy Galleria Borghese

Al primo piano, la seconda parte del percorso ruota intorno al tema del paesaggio e all’ultimo acquisto della collezione, Danza campestre. Qui lo sguardo è invitato a partecipare a una singolare scena di ballo tra dame e villani ambientata in una radura ai piedi di una dolce collina, in cui l’orizzonte si spalanca in una spettacolare visione di azzurri e blu. La musica del liuto e della viola, il fruscio del ruscello si espande dalla tela al pari del clima sereno del paesaggio, sotto un cielo che comincia a rabbuiarsi e sul quale si stagliano – inatteso divertissement di Guido – due mosche a dimensione naturale dell’osservatore.

Danza campestre, assieme al Paesaggio con scherzi di amorini, anche questo in mostra, pone l’osservatore di fronte a un aspetto poco noto dell’attività di Guido Reni.
“Fino a pochi anni fa – spiega Francesca Cappelletti – la produzione di paesaggi, intesi non solo come scorci naturali di sfondo alle storie, era totalmente ignota al catalogo dell’artista”.


Allestimento della mostra Guido Reni a Roma. Il Sacro e la Natura, a cura di Francesca Cappelletti | Courtesy Galleria Borghese

Per sottolineare la pratica del paesaggio nella pittura a Roma nel primo decennio, la mostra sfodera alcune premesse, anche emiliane, distanti nel tempo, da Nicolò dell’Abate, Giovanni Battista Viola, Giovan Francesco Grimaldi e Annibale Carracci al fiammingo Paul Bril.
Così nella Loggia del Lanfranco, i prestiti e le eccezionali raccolte della Galleria Borghese rendono possibili percorsi e divagazioni intorno alla Danza di Reni, tracciando la linea carraccesca del paesaggio fino a quando Giovan Francesco Grimaldi provvederà a interpretare in senso equilibrato e naturalistico gli esempi che Annibale aveva lasciato nel primo decennio del secolo.

I piccoli tondi con Venere, ninfe e cupidi di Francesco Albani sono distanti, specie per dimensioni, dalle monumentali pale di Guido Reni poste all’inizio della mostra che mostrano la capacità dell’artista indipendente, osservatore attento, non remissivo, di dipingere “in grandi dimensioni”.


Allestimento della mostra Guido Reni a Roma. Il Sacro e la Natura, a cura di Francesca Cappelletti | Courtesy Galleria Borghese

Quando, il 18 agosto del 1642, Guido Reni muore, il corpo, esposto vestito da cappuccino, viene seguito in processione come un santo e sepolto nella cappella del Rosario della basilica di San Domenico, a Bologna.
Roma era lontana, ma la fama nella città eterna avrebbe preceduto per sempre il suo nome, Guido “il divino”.

La Galleria è aperta dal martedì alla domenica dalle 9 alle 19 (ultimo ingresso alle 17.45). Chiuso tutti i lunedì.

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