LA RIVOLUZIONE DI OBEY NEI NUOVI SPAZI DELLA WUNDERKAMMERN

Roma – Un’energia ipnotica, dalla carica rivoluzionaria, e al tempo stesso rassicurante, avvolge il visitatore nella nuova sede della galleria d’arte urbana Wunderkammern.
Il colore è lo strale con cui Shepard Fairey, in arte Obey, tesse la sua rivoluzione che, da via Giulia, nel cuore di Roma, travolge lo spettatore con il suo immaginario e un linguaggio ironico, iconico, propagandistico che spazia dall’arte alla musica.
Un’estetica accattivante veicola messaggi tanto violenti quanto drammatici toccando con efficacia le corde di chi osserva.
Dal 29 gennaio al 22 febbraio la mostra Strategies for a revolution accoglie la seconda volta dello street artist statunitense nella capitale. A distanza di un anno dal percorso concepito appositamente per la Galleria d’Arte Moderna – nel quale le tematiche cardine della sua arte, dalla lotta per la pace alla difesa della dignità umana e di genere, avevano intessuto un originale dialogo con le opere della collezione d’arte contemporanea della Sovrintendenza Capitolina – lo street artist torna in Italia con una serie di lavori inediti. E invita il pubblico a sfogliare i temi più importanti della sua incredibile carriera tra cultura underground e attivismo politico, a interrogarsi e a riflettere sul sistema della società contemporanea.


Shepard Fairey, Strategies for a revolution, installation view | Foto: © Vittorio Lico | Courtesy Wunderkammern

Le opere in mostra ruotano attorno al potere, utilizzato in senso positivo che negativo, uno dei grandi temi della poetica del guru della street art, conosciuto soprattutto per l’immagine stilizzata in quadricromia di Barack Obama, assunta nel 2008 a icona della campagna elettorale del futuro presidente degli Stati Uniti.

Violence is weak ammonisce Fairey all’ingresso della nuova sede della Wunderkammen. La sua riflessione su temi umanitari e passaggi esistenziali, utopie sociali e valori di giustizia al di sopra di ogni legge, dalla donna all’ambiente, trasforma le pareti della galleria in una nuova home page di rituali quotidiani, dove i poster diventano guizzi che si attaccano all’occhio generando piccole istigazioni a una bellezza fragile.

Eppure, contemplando le opere di Shepard, il visitatore si sente al centro di un déjà-vu. L’estetica è quella della propaganda politica, della pubblicità anni Cinquanta, dei poster, delle copertine dei dischi e in lavori come Paint it black (2019) è impossibile non intravedere le “warholiane” Campbell Soup.


Shepard Fairey, Strategies for a revolution, installation view | Foto: © Vittorio Lico | Courtesy Wunderkammern

Ma, come spiega il curatore della mostra, e direttore della galleria, Giuseppe Pizzuto, “L’energia sprigionata dalle immagini create da Shepard, indipendentemente da quante volte abbiamo l’impressione di averle ‘già viste’ è sempre sorprendente. Del resto il linguaggio con cui l‘artista ha scelto di confrontarsi fonda quasi tutto sul “già visto”, avendo interiorizzato non solo la lezione della pop art, ma anche quella del linguaggio pubblicitario e della propaganda politica”.

Così opere più lontane nel tempo come Sonic Firestorm (2013) o Fruits of our Labor (2015) si legano a produzioni più recenti come American Rage (2020) e Long live the People (2020), il cui sottotesto sembra rimanere sempre coerente: non abituatevi, non abituiamoci.

Con il suo stile inconfondibile, ispirato dal Futurismo e dal Costruttivismo russo, Obey attraversa la tradizione grafica dell’arte dissidente e avanguardista europea, utilizzando materiali e tecniche sempre diverse.
La mostra accoglie opere realizzate con tecniche come i collage, le serigrafie su supporti diversi come legno o alluminio, le HPM su carta, fino ad arrivare alle copertine dei vinili.

Shepard Fairey, Radical Peace (Blue), 2021, Ed. 1-6, Silkscreen on Wood Panel, 45.7 x 61 cm | Courtesy Wunderkammern e Shepard Fairey

In attesa di accogliere JonOne, che, dopo Obey, sarà presente in galleria con l’edizione romana della mostra recentemente svoltasi a Milano, la Wunderkammern conferma la sua vocazione. Dopo l’apertura, nel 2008, della storica sede nel quartiere multiculturale di Tor Pignattara, dopo l’inaugurazione, nel 2016 degli spazi milanesi, la galleria che vanta nomi illustri nel panorama della street art mondiale – da Doze Green a Sten Lex, da JonOne a Shepard Fairey – punta ad accrescere il dialogo tra territorio e cittadinanza. Così, senza tradire le proprie origini e la vicinanza alle realtà artistiche più “underground” della capitale, lo spazio diretto da Dorothy de Rubeis e Giuseppe Pizzuto sceglie di guadagnare una posizione più centrale, ma soprattutto di vivere la riapertura post-pandemuica come un’occasione di rinascita.


Shepard Fairey, Justice Woman, 2021, Ed. 1-6, Silkscreen on Wood Panel, 45.7 x 61 cm | Courtesy Wunderkammern e Shepard Fairey

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