DALÍ E FREUD: IL RACCONTO DI UN’OSSESSIONE (E DI UN’ISPIRAZIONE) SI SVELA A VIENNA

Mondo – Vienna, 25 aprile 1937. Mentre Salvador Dalí effettua il suo check-in al Krantz-Ambassador Hotel l’auspicio più grande è quello di incontrare finalmente il suo idolo Sigmund Freud.
Il pittore degli orologi molli dalla consistenza quasi fluida, come l’elasticità del tempo, l’artista delle giraffe in fiamme, delle donne dalle teste di rosa, degli uomini dalle sembianze di pesce, dei paesaggi fuori dal tempo, è quello di ottenere dall’intellettuale il riconoscimento del suo approccio creativo, incentrato sulla teoria psicoanalitica che il pittore considera il suo contributo più significativo al Surrealismo.
Tuttavia l’incontro tra l’artista dall’espressione altezzosa e i baffi all’insù e il padre della psicoanalisi avverrà solo un anno dopo, quando, il 19 luglio 1938, a Londra, grazie all’intercessione del suo mecenate Edward James e dello scrittore austriaco Stefan Zweig, Dalí, con sottobraccio la sua ultima opera, La metamorfosi di Narciso, vedrà finalmente il suo beniamino.

Che cos’è che unisce il filosofo austriaco allo stravagante Marchese di Pùbol affascinato dal sogno, e che trovò la sua dimensione nella “soprarealtà”, intesa come “realtà suprema”? E in che modo l’esplorazione della psicoanalisi da parte dello scultore, scrittore, fotografo, cineasta, e sceneggiatore di Figueres influenzò il suo stesso processo creativo?


Salvador Dalí, Acadèmia neocubista, 1926, Barcellona, Museu de Montserrat, donata da Josefina Cusí © Salvador Dalí, Fundació Gala-Salvador Dalí / Bildrecht, Vienna 2022

Ad accendere i riflettori su questo affascinante legame tra i due personaggi è una mostra, in corso da oggi, 28 gennaio, fino al 29 maggio, al Belvedere di Vienna, che ripercorre, in ordine cronologico, il periodo dalla scoperta di Freud da parte di Dalí, fino al loro personale incontro.

“Le mostre raccontano storie – spiega Stella Rolig, direttrice artistica del Belvedere – e questa parla di due individui che hanno avuto un impatto forte sul panorama intellettuale del XX secolo. Siamo di fronte a una storia di devozione, rifiuto e ispirazione. L’ossessione di Salvador Dalí per Sigmund Freud è stata una forza trainante della sua creatività e questa mostra è la prima a presentare il lavoro del pittore in questo contesto”.


Allestimento della mostra Dalí-Freud. An Obsession | Foto: © Johannes Stoll / Belvedere, Vienna | Exhibition architecture: Margula Architects

La storia di questo legame è complessa come i suoi protagonisti. Dalí era incantato, talvolta ossessionato, dagli scritti di Freud. Lasciandosi influenzare dal suo idolo sviluppò un linguaggio pittorico ancora oggi unico. Freud, al contrario, era molto scettico nei confronti del Surrealismo. Rimaneva un ammiratore dei grandi maestri, dal gusto artistico piuttosto tradizionale, e non sembrava avere tempo per i movimenti d’avanguardia. D’altra parte non gli era mai andato giù il fatto di essere stato apostrofato da André Breton come “un vecchietto privo di eleganza” nel suo “squallido studio degno di un medico della mutua di provincia”, quando, senza invito, il teorico del Surrealismo era andato a trovarlo ricevendo una fredda accoglienza.

“Per Dalí – spiega il curatore Jaime Brihuega – la lettura di Freud apre una prospettiva completamente nuova sul mondo. Attraverso le teorie di Freud, l’artista riesce a comprendere paure, fantasie, desideri e frustrazioni. Questa esperienza lo ha anche incoraggiato a trasformarli in immagini che sono entrate a far parte del nostro patrimonio storico-artistico”.


Salvador Dalí, Il gioco lugubre, 1929, Collezione privata, Switzerland © Salvador Dalí, Fundació Gala-Salvador Dalí / Bildrecht, Vienna 2022 | Foto: © White Images/Scala, Florence

Ad aprire il percorso al Belvedere è una riflessione sulla sfera domestica di Dalí e sulle complesse dinamiche familiari riflesse nelle sue opere. Negli anni Venti l’artista si trasferisce a Madrid dove, presso la Residencia de Estudiantes, scopre un terreno fertile per uno scambio interdisciplinare tra avanguardia artistica e mondo accademico. In questo ambiente stimolante si imbatte per la prima volta gli scritti di Freud. La lettura de L’interpretazione dei sogni diviene uno dei momenti salienti della sua vita. Nel frattempo, nel 1925, quando è ancora a Madrid, Dalí entra in contatto con il Surrealismo. Mentre sviluppa i concetti di base del suo linguaggio visivo, le teorie freudiane si insinuano sempre più nella sua arte fino a esplodere nelle opere che pongono al centro sogni, ossessioni sessuali, sensi di colpa. Nel 1929 l’incontro con Gala, la sua futura moglie, il trasferimento con lei a Parigi, l’adesione al gruppo surrealista.

In opere come Paranonïa (1935 circa), presente in mostra, Dalí ricorre a immagini doppie: a seconda del motivo sul quale lo spettatore si concentra, si svelano soggetti differenti. Gli spettatori vedono quello che vogliono vedere o anche quello che pensano di vedere. In questo modo il percorso espositivo analizza in dettaglio il “metodo paranoico-critico”.
L’attrazione profonda verso Freud da parte dell’artista sbuca dalla raccolta di dipinti, disegni, film, fotografie, oggetti surrealisti, libri, diari, lettere e altri documenti intrisi di un’ispirazione sempre più forte. Il visitatore è così invitato a esplorare la giovinezza del pittore e il suo periodo freudiano, seguendone il suo sviluppo come artista.


Salvador Dalí, Senza titolo. Donna che dorme in un paesaggio, 1931 Collezione Peggy Guggenheim, Venezia © Salvador Dalí, Fundació Gala-Salvador Dalí / Bildrecht, Vienna 2022

Tra le 94 opere in mostra, gli occhi del pubblico saranno senza dubbio puntati su lavori come Neo-Cubist Academy (1926), Il gioco lugubre (1929) e l’enigmatico Cigni che riflettono elefanti (1937), dove sogno e delirio assumono i contorni di un contrasto tra la leggerezza racchiusa nel collo dei delicati volatili e la pesante consistenza fisica degli elefanti, incorniciati da un arido paesaggio, anch’esso in contrasto con la trasparenza dell’acqua.
Non mancano L’uomo pesce (1930), Donna che dorme in un paesaggio, dalla Peggy Guggenheim Collection di Venezia, La solitudine, arrivata a Vienna dal Wadsworth Atheneum Museum of Art e il celebre The Lobster Telephone, del 1938, in prestito dal West Dean College of Arts and Conservation.

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