In Triennale a Milano ha inaugurato ieri la mostra dedicata alle prodigiose metafore in tessuto del maestro Roberto Capucci, lo scultore della seta

Questo è un anno molto importante per il maestro dell’artigianato italiano Roberto Capucci, la cui mostra in Triennale a Milano racconta 50 dei suoi 70 anni di attività: sono infatti i 70 anni dalla prima sfilata di moda italiana avvenuta a Firenze il 12 febbrario del 1951, ma anche quelli del debutto di Roberto Capucci, sempre nella stessa città e lo stesso anno.

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L’occasione della mostra è quindi un doppio anniversario, che celebri sia il percorso creativo di uno dei più grandi protagonisti della moda italiana, sarto, artigiano e maestro per le future generazioni ma anche il più alto Made in Italy.

La mostra fa parte di un ciclo di quattro esposizioni racconto inedito proprio di quei mestieri e arti applicate dell’italianità, nate grazie alla collaborazione tra Triennale Milano e Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, ed è curata da Gian Luca Bauzano con la collaborazione della Fondazione Roberto Capucci e la maniffatura ceramica Rometti.

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Nella cornice di un tempio dell’arte e soprattuto del design come la Triennale, è raccontato un Capucci diverso: dalle meraviglie della forma sottotilo della mostra- nasce un percorso espositivo che è vero dialogo tra tutte le arti applicate, dai suoi abiti scultura e le sculture e oggetti di design realizzati a partire dai suoi abiti, disegni e bozzetti attaccate alle pareti, che sono essi stessi forme d’arte compiute.

La mostra fa luce sul confronto tra artista-artigiano-sarto, che nel più puro artigianato italiano, sono tre figure che si fondono e confondono: perchè per Capucci l’abito è progetto scultoreo/architettonico, così come il disegno è una tavola e il tessuto è il materiale che si plasma alla visione dello stilista-visionario.

Savoir-faire, Made in Italy, romanità, mani intelligenti, ricerche e sperimentazioni: Metafore è un inno all’alto artigianato italiano. In dialogo con gli abiti si trovano anche alcune sculture in ceramica realizzate dalla Manifattura Rometti, eco dei suoi abiti e reinterpretazione dei bozzetti. La Collezione Capucci comprende 20 opere tra vasi e centrotavola in argilla e smalti che riprendono il tipico motivo a spirale dei preziosi abiti dello stilista, così come gli accostamenti di colori e le sperimetazioni con il plissè.

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In mostra sono presenti due simboli di tutta la sua attività, è Capucci stesso a dirlo: l’abito Linea Scatola del 1958 presentato nella famosa Sala Bianca di Palazzo Pitti e Diaspro che troneggia nell’ultima parete della Quadreria, una delle dodici sculture in seta presentate nel 1995 alla Biennale di Venezia, quando il maestro Capucci fu invitato ad esporre nel Padiglione dall’allora direttore Jean Clair.

Tra l’abito a Scatola e l’esposizione in Biennale, si susseguono l’Oscar della Moda, l’atelier parigino al 4 di Rue de Cambon e le lodi di Christian Dior, l’influenza dell’arte povera di Germano Celant e gli abiti con sassi, legni e plastiche e per contro il jet set hollywoodiano, l’amicizia con Silvia Mangano e la discussione con l’altra diva del cinema Sophia Loren.

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