44 ANNI FA MORIVA A PARIGI L’ECLETTICO ARTISTA TRA EVASIONE E SOGNO: GLI UNIVERSI INFINITI DI MAN RAY

“Non curante, ma non indifferente” ammonisce, nel cimitero di Montparnasse, l’epitaffio sulla tomba di Man Ray, scomparso a Parigi il 18 novembre del 1976.
Ed in effetti questo eclettico, rivoluzionario artista con bastone e bombetta, che fece del cortocircuito creativo di forme e significati un’opera d’arte – destinata, come lui stesso diceva, a divertire, disorientare, annoiare, far riflettere, ma mai a suscitare ammirazione – fu davvero una grande sperimentatore in un’epoca in cui nuovi temi e materiali facevano il loro ingresso in campo artistico.
Il merito più grande di Man Ray è forse quello di aver saputo trasformare, trasfigurare, reinventare ogni soggetto fotografato -dai ritratti ai nudi, dagli still life alla fotografia di moda – caricandolo di un senso proprio.
“Dipingo ciò che non posso fotografare. Fotografo ciò che non voglio dipingere. Dipingo l’invisibile. Fotografo il visibile” diceva.
Ed era forse questo pensiero a spingerlo a immortalare in bianco e nero il suo universo di modelle e personaggi noti, mentre il suo talento mutava la percezione critica della fotografia, elevandola alla dignità di arte.

Spiazzante, attraverso quella sorpresa generata dall’improbabile incontro tra realtà abitualmente inconciliabili, Man Ray, l’ “uomo raggio” (come iniziò a firmare le sue opere dal 1912) ci travolge ancora oggi con i suoi oggetti, le luci, le ombre delle bellissime fotografie o dei rayogramme, in un’altalena di incontri-scontri che rompono il consueto flusso dell’abitudine costringendoci a varcare nuove prospettive, per conferire un significato nuovo al mondo e ai suoi accidenti.


Man Ray, Peggy Guggenheim, Parigi, 1924 ca., Stampa alla gelatina d’argento (cartolina) | Courtesy of Solomon R. Guggenheim Foundation, Venice Gift, Carla Emil and Rich Silverstein, 2011

Una fotografia “d’evasione”
Fondatore del dadaismo americano e primo fotografo surrealista, il pittore, disegnatore, scultore, scrittore, regista, fotografo, sperimentatore instancabile Emmanuel Radnitzky – questo il nome di battesimo di Man Ray, nato a Filadelfia da una famiglia di immigrati russi di origine ebraica – mescola linguaggi e tecniche, alla ricerca di nuove proposte che diano libero sfogo e alla sua ironica, dissacratoria creatività.
Ed è forse per questo che oggi, più che mai, ci piace ricordarlo, con i suoi scatti che invitano lo sguardo incantato a evadere in un mondo a parte, enigmatico, dove le regole e le forme canoniche sono esasperate fino a diventare irriconoscibili, generando significati complessi, invitando a esplorare il mistero nascosto nel reale.
Man Ray cercava di ricavare dalla realtà un elisir per l’immaginazione e la fantasia, capace di far sognare ad occhi aperti, come sottolinea il finale del film “Emak Bakia”, dove la protagonista, socchiudendo lentamente gli occhi, mostra nuovi occhi dipinti sulle palpebre.

“Ho tentato di cogliere le visioni che il crepuscolo o la luce troppo viva, o la loro fugacità, o la lentezza del nostro apparato oculare sottraggono ai nostri sensi. Sono rimasto sempre stupito, spesso incantato, talvolta letteralmente rapito” scriveva il fotografo che fu anche autore di film d’avanguardia.

La sua storia rimbalza tra New York, Parigi e Los Angeles, sulle ali di un’amicizia che lo lega a Marcel Duchamp, (con il quale fonda, nel 1915, la “Society of Indipendent Artists”), André Breton e Philippe Soupault. Sarà proprio la libreria (Librairie Six) dello scrittore francese ad accogliere la sua prima esposizione con il celebre ready-made Cadeau, un ferro da stiro inutilizzabile, con quattordici chiodi saldati sulla piastra. Il ferro, con la sua apparenza aggressiva che stride con il suo essere “dono” , assume così quel significato ambiguo, contraddittorio, che è una delle cifre Dada.
Ma “il Dada non può vivere a New York” aveva concluso Man Ray che, proprio nella grande mela, aveva dato vita con Duchamp al ramo americano del movimento, esploso in Europa come rifiuto radicale dell’arte tradizionale.

E così via verso Parigi, dove aveva seguito Marcel, stringendo amicizia con gli artisti più influenti di Francia.

A Parigi come fotografo di James Joyce e Gertrude Stein
Nella Ville Lumière la produzione dei suoi lavori di ricerca va di pari passo con la pubblicazione delle sue fotografie di moda su Vogue. Personaggi come James Joyce, Pablo PicassoSalvador Dalì, Gertrude Stein, Jean Cocteau posano di fronte al suo obiettivo.
Da strumento adoperato inizialmente per mostrare indirettamente le proprie opere, la fotografia diventa così uno degli interessi principali di Man Ray ed una delle sue fonti di notorietà più importanti. I suoi ritratti, dapprima essenziali, formali, in linea con le regole classiche delle proporzioni e del buon gusto, diventano sempre più ricchi e complessi, trasformando il dettaglio in fonte di significato dell’intera immagine.


Man Ray con Salvador Dalì. Doppio Singolare (Man Ray/Buñuel)

Le “rayografie” e il paradosso del quotidiano
Nel 1922 Man Ray produce i suoi primi fotogrammi, che chiama rayographs. Li scopre per caso un anno prima, quando, mentre sviluppava alcune fotografie in camera oscura, un foglio di carta vergine finisce accidentalmente in mezzo agli altri. L’artista aveva poggiato una serie di oggetti di vetro sul foglio ancora a mollo e, accendendo la luce, aveva ottenuto una serie di immagini deformate, quasi in rilievo sul fondo nero. I suoi rayographs gli consentono di esaltare il carattere paradossale e inquietante del quotidiano.

“Man Ray afferma la potenza irradiante degli oggetti e organizza una danza indefinita delle cose, poiché non crede nel loro carattere assoluto” era il pensiero di Germano Celant.
Tra le tecniche di manipolazione fotografica, restano celebri le due “f” aggiunte a pennello sulla schiena della modella e amante Kiki de Montparnasse nell’opera Violon d’Ingres.

Man Ray e “la ballata delle donne del tempo presente”
“Solo da Man Ray potevamo attenderci la Ballata delle donne del tempo presente” scriveva André Breton. Ed in effetti, ispirato dalle sue modelle, l’artista dedicò molta attenzione al nudo femminile. L’essenza più intima della sua intera produzione è la fusione tra lo slancio modernista e il richiamo alle linee classiche e alla bellezza rinascimentale. I corpi, spesso immortalati di schiena, svelano le loro curve e la loro sensualità naturale, per mostrarsi, in pose affatto artificiose, in tutta la loro naturale semplicità, trascendendo l’erotismo per diventare – complici le rayografie, le solarizzazioni, le doppie esposizioni – forma astratta, oggetto di seduzione e memoria classica.

La diafana Lee Miller, Berenice Abbott, Dora Maar, Juliet, la compagna di una vita protagonista di “The Fifty Faces of Juliet”, e ancora Meret Oppenheim, protagonista di Èrotique Voilée (1933), o Kiki de Montparnasse, la sua modella preferita, al centro della celebre foto con maschera africana (Noire et Blanche, 1926) diventano assistenti, muse ispiratrici, complici in questa avventura intellettuale e di vita.


Man Ray, Noire et blanche, 1926, fotografia / photograph new print, 1980 © Man Ray Trust by SIAE 2018

Gli “oggetti d’affezione”
Sperimentatore instancabile, Man Ray, simile a un mago, rielabora l’invenzione dei ready-made dell’amico Marcel Duchamp, trasformandoli in “oggetti d’affezione”. Trasforma ogni immagine in un enigma che suggerisce come nel reale sia nascosto un mistero. Tutto diventa strano, inconsueto, inatteso, caricandosi di un senso imprevisto, di un significato apparentemente privo di un messaggio, sospeso, straniante, enigmatico. E così un abito o un accessorio si fa punto di domanda sul corpo, sul volto, sul braccio su cui è posato.

“Oggetto da distruggere” è un metronomo con incollata la fotografia di un occhio sulla punta della barra. La leggenda vuole che durante un’esposizione, un visitatore abbia preso alla lettera l’invito implicito nel nome distruggendo l’opera che fu poi replicata più volte dallo stesso Man Ray e rinominata “Oggetto indistruttibile”.


Man Ray, Indestructible Object, 1923-1959. Metronomo con ritaglio fotografico sul pendolo, Collezione privata © Man Ray Trust, by SIAE 2015

Man Ray, la moda e quella Lacrima per pubblicizzare un rimmel. Al Musée du Luxembourg una mostra getta nuova luce sull’artista
Guardando la celebre fotografia Les Larmes (1932) avreste pensato a una qualche relazione con la pubblicità di un mascara? Sull’iconico scatto – un primo piano estremo di un visi femminile con goccioline di vetro poste sulle sue guance per imitare le lacrime – la critica si è sbizzarrita fornendone disparate interpretazioni. E invece la celebre immagine sarebbe nata come pubblicità di un mascara, il “Cosmécil”, che invitava le donne a “piangere al cinema, piangere a teatro e ridere fino alle lacrime” senza preoccuparsi di scomporsi gli occhi.
Anche questa volta, tagliando, troncando l’immagine, il corpo viene privato della sua natura carnale, scompare, lasciando solo l’anima e la bellezza senza tempo di un “oggetto” scultoreo dalle curve perfette.

“Alcune delle mie foto più riuscite erano solo ingrandimenti di dettagli di un viso o di un corpo” scriveva l’artista.
Ad accendere i riflettori sulla figura di Man Ray, guardando il maestro da una prospettiva inedita e finora inesplorata, è una mostra in corso al Museé du Luxembourg fino al 17 gennaio, attualmente sospesa per l’emergenza sanitaria, ma pronta a ripartire – Covid permettendo – il prossimo 1° dicembre.


Man Ray, La mode au Congo, 1934, fotografia in bianco e nero modern print 1980 dal negativo originale. Courtesy of CSAC

Attraverso il percorso Man Ray et la Mode, l’opera di questo grande personaggio della modernità viene presentata da un punto di vista insolito. Seguendo i consigli di Marcel Duchamp, che lo introduce nell’ambiente dell’avanguardia e nel Tout-Paris degli anni folli, Man Ray arriva nella Ville Lumière nel 1921. Per sopravvivere, si dedica in un primo momento al ritratto mondano, passando presto dalla mondanità alla moda.
Il suo primo contatto nel mondo della moda è Paul Poiret, ma in breve a cercarlo saranno anche Madeleine Vionnet, Coco Chanel, Augusta Bernard, Louise Boulanger ed Elsa Schiaparelli.

Nata all’inizio degli anni Venti, la fotografia di moda era inizialmente documentaristica e per lo più soggetta ai codici di illustrazione della moda. Man Ray inizia a pubblicare i suoi ritratti nelle cronache mondane di Vogue, Vanity Fair e Vu, nonostante la consacrazione come fotografo di moda gli giunga con Harper’s Bazaar, negli anni Trenta.
A contribuire alla creazione di immagini oniriche e toccanti, inserite in impaginazioni innovative, saranno le sue composizioni strane, le reinquadrature, i giochi di ombre e di luce, le solarizzazioni.
Il percorso espositivo è scandito da un’ampia selezione di fotografie – tirature originali, ma anche contemporanee in formato grande – a dialogo con alcuni modelli di haute couture e documenti cinematografici che evocano la moda degli anni ‘20 e ‘30, una moda che dà ormai spazio anche al trucco e alla pettinatura.


Man Ray, Lee Miller, le visage peint, 1930 circa / 1980 épreuve gélatino argentique, Tirage tardif 30.9 x 22.1 cm, Milano, Fondazione Marconi | © Collection particulière | Courtesy Fondazione Marconi © Man Ray 2015 Trust / Adagp, Paris 2020

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