COLLEZIONE DEI MARMI TORLONIA: CINQUE CAPOLAVORI DA NON PERDERE

Roma – Sguardi che prendono vita attraverso il respiro del marmo. Sorrisi che si sfiorano, ti rapiscono e ritornano nel loro tempo, senza contaminare il bianco che li avvolge.
Ci addentriamo tra le sale della mostra dell’anno, forse la più attesa dall’agenda romana dell’arte, in punta di piedi. Novantadue opere, delle 620 sculture parte della Collezione Torlonia, provenienti in parte da scavi, in parte da collezioni più antiche, aspettano in silenzio il visitatore desideroso di interrogarle, felici di uscire dall’ombra, dopo tanto tempo.
Provengono dal Museo Torlonia – fondato dal Principe Alessandro Torlonia nel 1875 – evocato nella prima sala dove la statua in bronzo di Germanico da Cures in Sabina (I secolo d.C.), l’unico bronzo della raccolta, dà la spalle a illustri busti e ritratti di imperatori.
Nel rispetto delle misure anti-covid durante la visita riservata alla stampa abbiamo una ventina minuti per esplorare una parte della più importante collezione di arte greco-romana privata esistente al mondo, finora rimasta nascosta.
Un senso di movimento investe chi si addentra nelle sale. Sembra riprodurre il dinamismo insito nelle radici di queste sculture che varie vicessitudini hanno fatto confluire nel Museo Torlonia alla Lungara, dopo una serie di acquisizioni e significativi spostamenti fra le varie residenze Torlonia. L’allestimento, firmato David Chipperfield Architects Milano, che dà respiro e luce alle sculture, scandito da una sequenza cronologico concettuale “a ritroso”, pone le statue su uno sfondo omogeneo scuro, così da farle emergere singolarmente, esponendole su sfondi diversi in modo per farle risaltare collettivamente, come parte di un racconto che prende forma in cinque capitoli e che non tralascia l’evoluzione della collezione nel tempo e nella storia. Forse in alcune sale l’eccessiva concentrazione di sculture, bellissime, un po’ distrae.


I marmi della Collezione Torlonia, allestimento | Foto: © Oliver Astrologo | Courtesy Fondazione Torlonia, Electa, Bvlgari

L’allestimento è fedele al catalogo a stampa del Museo Torlonia di sculture antiche firmato da Pietro Ercole Visconti nel 1884-1885, primo esempio di un catalogo di sculture integralmente riprodotte in fototipia, e una cui copia è esposta nell’ultima sala.
Oltre ad accogliere insigni esempi di scultura antica, il percorso consente di ‘leggere’ le collezioni del Museo Torlonia, ma anche di riflettere sulla storia del collezionismo di antichità a Roma.
Piace di questa mostra anche la perfetta osmosi con gli spazi e i contenuti delle collezioni storiche dei Musei Capitolini. Il percorso confluisce infatti all’adiacente Esedra del Marco Aurelio, riattivando il nesso tra gli albori del collezionismo privato di antichità e la significativa donazione dei bronzi del Laterano al Comune da parte di Sisto IV, nel 1471, che diede avvio ai Musei Capitolini.
Statue di guerrieri, busti di satiri, coniugi stretti, dee e baccanti si avvicendano in una teoria di figure che ammicca al visitatore con seducente forza.

• Un volto che commuove: Il Vecchio da Otricoli
Oltre alla bellezza innocente della Fanciulla di Vulci, alla grazia di Afrodite accovacciata, al fascino imponente dell’Hestia Giustiniani, alla fastosa acconciatura dell’imperatrice siriana Giulia Domna, consegnata alla storia come l’“imperatrice filosofa”, i marmi Torlonia incorniciano volti di uomini solcati dai sedimenti della vecchiaia, e pervasi da uno straordinario realismo, come l’Eutidemo di Battriana o il riflessivo Crisippo Cesarini (I secolo d.C.).
Ad attendere il visitatore nella prima sala è il Ritratto maschile su busto moderno, detto il Vecchio da Otricoli, datato 50 a.C.. Avremmo incontrato questo ritratto – che compariva come effigie di Servius Sulpicius Galba, proclamato imperatore nell’estate del 68 e in carica solo fino a gennaio del 69 – tra i numerosi busti imperiali disposti lungo la galleria che concludeva il percorso espositivo del Museo Torlonia. Il nome deriva dal luogo del suo presunto ritrovamento. La sua età è enfatizzata da rughe marcate che segnano il ritratto del viso dai tratti austeri e spigolosi.
Affascina il verismo che ispira il ritratto e che tradisce forse la vita austera e tradizionalista del personaggio, ispirata dalla condotta esemplare degli antenati, secondo i valori del patriziato romano di età repubblicana. E poi richiama le imagines maiorum, “immagini degli antenati”, maschere in cera che venivano tratte dal volto del defunto, arricchite con particolari che le rendessero più veritiere.


Collezione Torlonia, Vecchio da Otricoli | Foto: © Lorenzo De Masi | Courtesy Fondazione Torlonia

• Il Caprone Giustiniani
Le zampe distese, la testa leggermente inclinata a sinistra, il morbido modellato delle ciocche frutto di un mirabile intervento seicentesco, che i restauri moderni hanno permesso di ricondurre alla prodigiosa mano di Gian Lorenzo Bernini.
Nella Sala 8 la Statua di caprone dalla collezione Giustiniani incanta con il suo sguardo decisamente umano. Accanto a lui, la statuetta di Artemide Efesia (II secolo d.C.), con la testa e le mani moderne in marmo nero o la Statua di Afrodite accovacciata, replica degli inizi del I secolo d.C. da originale della metà del II secolo a.C., con testa moderna attribuita a Pietro Bernini. Forse la scultura di questo possente animale, risalente all’età imperiale, avrebbe dovuto arredare una dimora romana.
Il Marchese Vincenzo Giustiniani l’acquistò per la celeberrima Galleria di Palazzo Giustiniani (oggi sede della presidenza del Senato), edificio frequentato sin da giovane da Bernini, profondo conoscitore della statuaria romana ed ellenistica. Fu lui a dedicarsi con estrema perizia al restauro dei marmi presenti nella raccolta di antichità voluta dal marchese, che sarebbe confluita più tardi nella Collezione Torlonia.


Statua di caprone in riposo, marmo greco, 132 x 60 cm, Collezione Torlonia, Inv. 441 | Foto: © Lorenzo De Masi | © FondazioneTorlonia 

• Il colore che riaffiora: il Rilievo con scena di porto
La mostra ha il merito non soltanto di ripercorrere le vicende del collezionismo, ma di condividere gli esiti di alcune pratiche del restauro finanziato dalla maison Bvlgari, main sponsor della mostra, che ha contribuito in maniera determinante ad aggiungere nuovi indizi storici alle opere esposte. Un esempio è rappresentato dal Bassorilievo con veduta del Portus Augusti del III sec. d.C., un importantissimo pezzo di scavo rinvenuto nella proprietà della famiglia intorno al 1864 e che ha restituito tracce dell’antica policromia.


Collezione Torlonia, Rilievo con scena di porto | Foto: © Lorenzo de Masi | Courtesy FondazioneTorlonia 

• Statua di Ulisse sotto il montone
La Sala 5 accoglie diverse sculture della Collezione Torlonia provenienti dal nucleo di Villa Albani, formatosi nel secolo XVIII (assieme al nucleo di marmi che, alla morte dello scultore Bartolomeo Cavaceppi si trovavano nel suo studio in via del Babuino a Roma). Costruita dal 1747 in poi dal cardinale Alessandro Albani per accogliere la sua straordinaria collezione di sculture, venne acquistata da Alessandro Torlonia nel 1866. In questo nucleo si inserisce il curioso gruppo scultoreo che raffigura un possente montone al quale è aggrappata una figura virile.
Osservando la scultura sembra di ascoltare le parole – racchiuse nel IX libro dell’Odissea tra i versi 431 e 435 – con le quali Ulisse aveva raccontato, alla corte dei Feaci, la fuga dalla grotta del Ciclope. Ispirandosi agli antra Cyclopis, popolari in età ellenistica e successivamente replicati nelle ville romane, il cardinale Albani volle probabilmente ricreare in una grotta artificiale uno tra i più celebri episodi omerici: la fuga dell’eroe greco Ulisse dall’antro del mostruoso Polifemo.


Collezione Torlonia, Statua di Ulisse sotto il montone, marmo bianco | Courtesy Fondazione Torlonia

• Il trionfo della grazia: l’invito alla danza del satiro e della ninfa
Il Satiro e la Ninfa Torlonia vengono sorpresi insieme, nel momento che precede il ballo. Lei siede con grazia su una roccia, alla quale si appoggia con la mano sinistra mentre è intenta a sciogliersi un sandalo, prima di alzarsi e dare inizio al suo ballo. Il Satiro, invece, si protende dolcemente in avanti, scandendo il tempo con il suono del kroupezion, un antico strumento a percussione che si legava sotto al piede ed era utilizzato nell’accompagnamento alla danza. Nella mitologia Ninfe e Satiri, abitanti di fiumi, boschi e sorgenti, venivano spesso ritratti insieme, simbolo della profonda relazione con una natura incontaminata e selvaggia.


I marmi della Collezione Torlonia, allestimento | Foto: © Oliver Astrologo | Courtesy Fondazione Torlonia, Electa, Bvlgari

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